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Domenica, 07 Giugno 2020 16:00

L'osteria del pallone: la parola a Stefano Zarlenga

L'Atletico San Lorenzo, nel corso dei suoi ormai sette anni di vita, ha visto crescere vistosamente, accanto al numero di squadre iscritte ai vari campionati, anche il numero, e la qualità, di atlete e atleti, nonché del personale tecnico che quotidianamente li allena.

Con la rubrica "L'osteria del pallone" diamo loro la parola: ci racconteranno le loro esperienze sportive, in campo e in panchina, i loro credo calcistici, cestistici e pallavolistici, le partite più belle che hanno disputato difendendo i nostri colori.

Oggi è il turno di Stefano Zarlenga, mister dei Pulcini rossoblu, tra i primi tecnici che hanno animato e sostenuto la crescita della nostra scuola calcio popolare.

A lui la parola.

 

Ciao Stefano, raccontaci la tua biografia sportiva, da calciatore e da mister.

Più che di biografia calcistica parlerei di amore per il gioco del calcio che vive principalmente in tre parti. La prima è sicuramente legata all'esperienza della Polisportiva Portuense, che dall'inizio del 1970 al 1992 si sviluppò dentro Villa Flora nel quartiere Portuense appunto. Mio padre era il fondatore e presidente di un progetto sociale sportivo nato nell'area di un ex convento mettendoci anima, corpo e risorse. Furono costruiti un campo in pozzolana, gli spogliatoi, le tribune e furono riqualificati altri spazi comuni della villa dove poter fare teatro e musica. In questi anni oltre 2000 persone hanno vestito le maglie, naturalmente rossoblu, delle diverse discipline (calcio giovanile e agonistico, calcio femminile e pallavolo). L'idea era di recuperare i ragazzi del quartiere e far giocare tutti. Chi non aveva soldi, chi aveva problemi motori, chi veniva da situazioni a rischio... I risultati sportivi (la squadra arrivo al massimo in Promozione) spesso venivano dopo l'intervento sociale. Questa storia di quartiere a Villa Flora fu interrotta nel 1992 dall'amministrazione comunale, che ritenne fondamentale doversi prendere quel posto, lasciandolo per anni all'incuria e al degrado. In questa società ho giocato dal 1988 al 1995, con gli ultimi tre anni giocati su altri campi. In quegli anni naturalmente giocavo anche sotto casa, dal mattino fino al tramonto. Stavo tutto il giorno con il pallone e parlavo solo di quello.
Dal 1995 al 1998 ho giocato al Testaccio, la squadra giocava lì dove ora ci sono il mercato e il centro dell'impiego. Sono tornato al Portuense quando ho compiuto 18 anni e ci ho giocato per due (all'epoca faceva la Seconda categoria) e in due anni ho fatto una ventina di presenze, ma non avevo tanta voglia.
La seconda parte è quella di tifoso della Lazio. La mia prima partita allo stadio fu al Flaminio nel 1990: Lazio-Cesena 4 a 0 con tre goal di Amarildo e nei successivi 13 anni ho avuto abbonamenti, sono entrato scavalcando oppure arrivando negli ultimi 15 minuti, quando si poteva entrare gratis. Andavo in trasferta, partecipavo alle coreografie, sempre insieme a mia sorella. Questa fase penso sia durata fino al 2002/2003, poi non mi sono più ritrovato in un calcio milionario e sono stato spesso in disaccordo con le scelte della curva. Da anni ci vado pochissimo, ma quando mi capita di tornare all'Olimpico quando finisco di salire gli scalini e vedo il campo ho lo stesso groppo in gola di quando ero bambino.
Nei successivi 10 anni seguivo la Lazio sempre meno e giocavo ogni tanto a calcio con gli amici ma il mio amore lo mettevo soprattutto nelle attività sociali e politiche che mi vedevano partecipe.
La terza parte è quella che inizia nella primavera del 2013, quando cominciò a girare il sogno dell'Atletico San Lorenzo per le vie del quartiere. E da lì partita tutta un' altra storia... che unisce passione, tifo e voglia di cambiamento sociale.

 

Qual'è il mister del calcio (del presente o del passato) a cui ti ispiri? Quale l'atleta? Perché?

Il mister di cui sono sempre stato innamorato è sicuramente Zeman, che ho avuto da adolescente la fortuna di incontrare alcune volte, ma che ho amato soprattutto per l'idea di un calcio collettivo in cui ognuno mettesse ciò che aveva a disposizione di tutti. Per il resto mi piace assistere agli allenamenti delle varie discipline (non solo calcio) e di imparare guardando. Fra i tecnici atletici mi piace molto miSSter Patrizia Scoffone del calcio a 5 femminile. Preparata, decisa e sportiva. L'anno scorso i suoi allenamenti insieme a Maria Iole Volpi erano uno spettacolo.
Per quanto riguarda gli atleti ho avuto sempre un debole per i difensori: Gregucci, Bergodi, Nesta, Maldini, Aldair e Baresi erano dei miti. Dei contemporanei mi piace molto Acerbi, credo sia un bell'esempio di atleta.

 

Qual è il calciatore più forte che hai allenato? E quello avversario che ti ha maggiormente impressionato? Il giocatore più forte con cui hai mai giocato? L'avversario più ostico da affrontare?

Allenando bambini/e è non mi sento di dire qual è il più forte. Credo che ognuno di loro abbia messo in campo le sue qualità. Certamente ci sono alcuni più portati, altri più appassionati, alcuni che vengono soprattutto perché si trovano bene all'Atletico. Negli anni alcuni hanno scelto di accettare offerte di squadre più "blasonate", altri hanno rifiutato preferendo rimanere al San Lorenzo, qualcuno ha lasciato e molti invece continuano a crescere insieme a noi. Detto questo di ognuno di loro mi porto qualcosa che mi ha fatto crescere.
Una menzione speciale però la merita una bambina che si chiama Stella. Da due anni (anche se negli ultimi mesi è arrivata anche Ludovica) è l'unica ragazza in un gruppo di maschi. E' entrata in punta di piedi, timida, ma decisa, e sì è sempre impegnata la massimo. Ha fatto fruttare al meglio le sue migliori qualità, la velocità e tempismo, si è guadagnata il rispetto di tutti i compagni e ora è un punto cardine della squadra. Ha dato a tutti dimostrazione di cosa sia la forza. Se avrà voglia sicuramente sarà una grande risorsa rossoblu.
L'avversario che mi ha maggiormente impressionato forse è una bambino del 2011 del Tor Bella Monaca con cui abbiamo giocato quest'anno. Credo si chiami Kinsley. Giocava sotto quota. Ha un passo, un sorriso e una gioia nel giocare molto speciali.
Il più forte con cui ho giocato è sicuramente Maurizio Domizzi, con cui da bambino mi capitava di giocare a Casalotti su campetti improvvisati. Credo che all'epoca facesse la punta.. Era fortissimo, per questo mi piaceva giocarci contro. Che era lui quello che giocava in serie A anni dopo lo scopri per caso chiacchierando con un amico.
L'avversario più ostico che ricordo fu un centravanti, capocannoniere del campionato, del Divino Amore che dovevo marcare. Penso che facevo gli Allievi, sicuramente giocavo con il Testaccio. Lui non segnò mai in quella partita e fu anche espulso. Ma devo dire che durante la partita lo provocai molte volte colpendolo e insultandolo per farlo reagire. Alla fine lo fece e mi colpì con una leggera gomitata, che mi provocò un piccolo taglietto sul labbro sotto gli occhi dell'arbitro. Alla sua espulsione chiesi il cambio: quando uscii dal campo il mister mi fece i complimenti, ma io mi sentivo una merda, rimasi in panchina fino al triplice fischio. A fine partita andai a cercarlo nello spogliatoio e gli chiesi scusa. La partita fini 0 a 0.

 

Quale metodologia d'allenamento ti è più cara? Quale ritieni maggiormente efficace?

Domande difficili. A cui però la risposta è unica. Il gioco. Credo che l'apprendimento debba avvenire senza annoiarsi. Il gioco è lo strumento sicuramente più utile per imparare. La mia metodologia è frutto di intuizioni, errori, esperimenti, studio. La mia è stata una sorta di autoformazione, che è partita con gli incontri con Alessandra Carenza nel 2014 ed ha continuato col guardare agli allenamenti delle altre squadre atletiche, dei contributi che altri mister e dirigenti hanno condiviso, della formazione di alcuni corsi (tecnico football integrato, educatore sportivo e allenatore calcio dell'Acli) ma soprattutto dal cercare di imparare dai molti errori che in questi anni ho fatto.
Per quanto riguarda i due allenamenti a settimana di questa stagione ho seguito più o meno sempre questa metodologia. Il mercoledì un po' di attività motoria di base basata su corsa, coordinazione ed equilibrio a cui seguono esercizi di squadra su movimenti e posizioni. Il venerdì invece si lavora sul controllo palla, sulla "testa alta", sui passaggi, sui tiri. Un esercizio che piace molto sia ai bambini che a me l'abbiamo chiamato "coraggio, altruismo e fantasia": non è altro che 1vs1; 2vs0; 1vs0. Gli allenamenti hanno sempre un prologo che chiamiamo "sfogo": nei primi 20 minuti i bambini usciti da scuola hanno il campo libero e un pallone a disposizione per giocare insieme. E naturalmente un epilogo: la partita o a volte i calci di rigore.

 

Veniamo alla tua esperienza all'Atletico San Lorenzo: come e quando sei venuto a conoscenza della nostra polisportiva? Quando hai deciso di difenderne i colori?

Diciamo che ho partecipato alla costruzione dell'Atletico fin da quando ne parlavamo dentro l'assemblea del Nuovo Cinema Palazzo e nella nascente Libera Repubblica di San Lorenzo. Poi in quel periodo avevo una libreria in via dei Volsci che era diventata uno dei punti d'incontro del quartiere. Lì conobbi i cosentini (Greco, Luigi, Gigino, Marco...) e incontravo i ragazzi cresciuti a San Lorenzo che si ritrovavano al 32. Intanto Ruggero in Brasile aveva portato l'Atletico San Lorenzo fra i bambini delle favelas con cui lavorava, donando loro una divisa rossoblu con il logo casiNO e Fabio dal Bar Marani faceva il lavaggio del cervello a tutti su quanto fosse bella l'idea di fare una squadra di quartiere. Nel Luglio 2013 nacque da tutti questi e da tanti altri l'Atletico. Da quel momento è entrato prepotentemente nella mia vita. Il primo anno gestivo la comunicazione (sito, social) ed ero molto attivo in tribuna. Quando chiusi Zafari (2014) decisi di dedicarmi ai bambini avendo dei pomeriggi liberi e da quel momento non ho più smesso, se non quando sono andato in Kenya, dove però ho portato il calcio e l'Atletico con me, allenando i bambini dell'orfanotrofio dove ero volontario e per i quali l'Atletico promosse una raccolta di materiale sportivo che arrivo fin sotto il monte Kenya. Una cosa che mi fa sempre molto piacere è vedere che il banchetto dell'Atletico l'8 dicembre si fa ancora davanti alle serrande chiuse di Zafari. Penso sia un riconoscimento del valore sociale che ha avuto quel luogo.

 

Quale partita in maglia rossoblu ti è rimasta maggiormente impressa? Quali i successi che ricordi con maggiore piacere? Quale sfida rigiocheresti per ribaltare il risultato maturato allora?

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La partita è stata sicuramente quella contro il Cristo Re dell'aprile 2018, con il gruppo dei 2007. Ci giocavamo l'ingresso in finale in un torneo Acli/Csi. Pareggiammo la partita e non passammo il turno. C'erano in tribuna una quarantina di persone che avevano preparato la coreografia (guidati da Danielino) e i bambini di entrambe le squadre erano emozionati come d'altronde io, mister Biglia, e i dirigenti Lorenzo e Alessandro. La partita fu intensa, al fischio finale di un super arbitro italo-polacco esplosero tantissime emozioni con bambini contenti e altri disperati. Ma tutti quanti cantavamo insieme l'inno sotto la tribuna.
La bellezza del calcio... popolare!
Quel gruppo se la meritava questa emozione dopo che l'anno precedente aveva perso tutte le partite e fu stupendo il giorno delle finali sentire i bambini del Cristo Re che, mentre aspettavano di entrare in campo, incitavano i piccoli atletici impegnati nella finalina terzo e quarto posto.
Il successo penso sia stato quello di tenere quel gruppo unito nonostante sconfitte e difficoltà per quasi quattro anni. Un lavoro collettivo fatto insieme ai mister Jaco, Biglia e Mirko e ai genitori (in primis Lorenzo e Stefan) che hanno sempre dato una mano.
Un'altra gioia immensa fu la vittoria delle ragazze del calcio a 5 femminile in Coppa e il loro passaggio in Serie C. Una giornata memorabile. Ma devo dire che ogni volta che vedo difendere i nostri colori è sempre un emozione, qualsiasi sia il modo di fare punto con la palla.
Sfide che rigiocherei non ce ne sono, preferisco affrontarne di nuove.

 

La stagione in corso si è purtroppo arrestata assai prima rispetto al naturale epilogo del campionato: rispetto alle premesse di inizio anno come giudichi il campionato fatto dalla tua squadra?

Quest'anno visto che avevamo tanti Pulcini con i mister (Biglia, Andrea e Silvia e poi Bruno) e i dirigenti (Valentina, Luca, Berenice e Marco) abbiamo creato due squadre che si allenavano insieme e partecipavano a due campionati diversi. Con i 2009, quelli con cui andavo in panchina il sabato o la domenica, abbiamo partecipato al campionato misto 2009/2010 della Lnd per la prima volta. Il ruolino è equilibrato: 5 vittorie, 5 sconfitte e 2 pareggi. Hanno giocato tutti e 16 gli atleti e sono andati in goal in 11 (compreso un portiere). Abbiamo fatto 56 goal e ne abbiamo presi 37. Se non si fosse capito ho un quaderno dove annoto tutto.
Ma al di là del mero risultato sportivo ancora una volta il risultato più importante è stato un gruppo coeso e che cresce felice insieme.

 

Col passare degli anni, nella crescita della polisportiva, il settore giovanile sta assumendo un'importanza sempre maggiore: da quest'anno si è fatto il grande salto nei campionati federali. Come giudichi questa nuova esperienza? Quale ruolo dovrebbe giocare un settore giovanile popolare nel mondo delle scuole calcio? Quali attenzione verso ragazze e ragazzi nella fase di crescita?

Sinceramente credo che al centro debba essere messo sempre il bambino e lo strumento sia il gioco. Non condivido niente delle scuole calcio che cercano di creare il prodotto "calciatore": il calcio è un gioco e non un business. Preferisco infatti il termine giocatore a quello di calciatore. Credo che questo mondo debba parlare sempre di più con le scuole e le famiglie. L'attenzione dovrebbero essere date al benessere psico fisico, all'accessibilità per tutti/e e alla disponibilità di strutture adeguate.

 

In questi mesi di attività sportiva assai limitata, se non del tutto assente, hai ritenuto leso il diritto allo sport per tutte e tutti? Ritieni che potesse essere adottata una maggiore elasticità per permettere l'esercizio dell'attività fisica?

Il diritto allo sport non esiste senza diritto alla salute. Credo che in questo momento sia stato giusto bloccare le attività. Detto questo a me preoccupa cosa sarà il dopo o meglio l'adesso. Credo che ci vogliano sempre altruismo, fantasia e coraggio, senza per questo non prendere le giuste precauzioni, per costruire un nuovo modello di sport. E quello popolare sicuramente è una delle poche risposte possibili.

 

Al momento non abbiamo certezze sulla ripresa della prossima stagione: in attesa che si riabbia la possibilità di fare attività fisica agonistica, cosa ti auguri? Come vorresti fosse lo sport dopo la pandemia?

Semplicemente che lo sport sia riconosciuto come un diritto per tutti. E per fare questo serve un investimento da parte delle istituzioni, che prima che economico sia creativo. Penso ci sia bisogno di mettersi intorno a tanti tavoli per costruire un modello condiviso. Intanto nel nostro piccolo bisogna far crescere e alimentare sempre più il grande sogno dell'Atletico.

 

Per finire un augurio che ti senti di fare ai tuoi ragazzi e alle tue ragazze.

Di rivederl* presto e tutt*. Al di là di uno schermo. Di chiudere insieme quello che abbiamo lasciato interrotto e di aprire insieme qualcosa di nuovo e ancora più bello.

 

Alcune foto della memorabile semifinale di ritorno dei Pulcini rossoblu contro il Cristo Re, giocata il 28 aprile 2018.

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Il discorspo pre gara di mister Stefano e mister Biglia, alla presenza di Franco, presidente sempre presente.

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La curva prepata la coreografia prima dell'ingresso delle squadre in campo.

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Le squadre a centrocampo, in curva si scatena la bolgia!

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Il sostegno alla squadra a fine primo tempo.

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La curva ci crede, siamo sul 3-1 per i Pulcini rossoblu.

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Raggiunti sul 3-3- a pochi secondi dalla fine, al triplice fischio la squadra saluta la curva.

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Alcuni degli "eroi di giornata".

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Le emozioni sprigionatesi a fine gara.

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Si ritorna verso il campo, con sentimenti contrastanti...

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... ma si festeggia ugualmente, "perché comunque vada la vittoria è ciò che semo!"

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Mister Stefano accolto all'uscita dagli spogliatoi.

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