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Sabato, 02 Maggio 2020 19:00

L'osteria del pallone: la parola a Francesco Di Bucchianico

L'Atletico San Lorenzo, nel corso dei suoi ormai sette anni di vita, ha visto crescere vistosamente, accanto al numero di squadre iscritte ai vari campionati, anche il numero, e la qualità, del personale tecnico che quotidianamente allena giocatori e giocatrici rossoblu. Con la rubrica "L'osteria del pallone" diamo loro la parola: ci racconteranno le loro esperienze sportive, in campo e in panchina, i loro credo calcistici, cestistici e pallavolistici, le partite più belle che hanno disputato difendendo i nostri colori.

Oggi è il turno di Francesco Di Bucchianico, attuale coach della squadra di basket femminile rossoblu. A lui la parola.

 

Ciao Francesco, Raccontaci la tua biografia sportiva, da cestista e da coach.

Non sarò breve, né sintetico. Il fatto è che, avendo molti anni di vita, ho percorso tanti e tanti passi nelle mie scarpe.
Ho toccato il primo pallone di basket a 17 anni nell’oratorio di Don Bosco a Cinecittà, ispirato da un ragazzo di origini pesaresi, come me, che si chiamava Giorgio e che sin da piccolo, a Pesaro, nella sua casa paterna, si allenava a tirare in un canestro con il cerchio più piccolo di quello regolamentare: il diametro era più largo del diametro del pallone soltanto di UN centimetro per parte. Naturalmente lui segnava sempre al campetto dell’oratorio, perché gli sembrava di tirare nella vasca da bagno. Inoltre era anche un funambolico palleggiatore, piccolo e rapidissimo, che già nel 1965 sapeva palleggiare tra le gambe o dietro schiena, sapeva entrare a canestro in terzo tempo passandosi la palla dietro la schiena prima di tirare, sapeva fare le finte, guardare da un lato e passare dall’altra parte… insomma, il desiderio di imitazione e di competizione era inarrestabile, e cominciò così per me il virus del basket, al campetto, ore e ore di partitelle, con le scarpe che si consumavano a ripetizione, per la benedizione della mamma che quando rientravo, non me le mandava a dire, ma me le suonava direttamente, sempre con amore.
Ho partecipato al mio primo campionato giovanile Fip juniores (under 18) che ancora non sapevo fare benissimo il terzo tempo, nel senso che non commettevo infrazione di passi, ma brandeggiavo la palla a destra e sinistra come l’orsetto del banco di tiro a segno del luna park.
Oltre che il primo, fu anche il mio ultimo campionato giovanile.
L’anno successivo ero già senior e iniziavo a giocare in Promozione con i “grandi”.
L’organizzatore del basket era un prete fantastico, indimenticabile per me, Don Zappelli, un prete, ma prima di tutto un uomo, una persona, una persona vera, severo, giusto, simpatico, onesto, implacabile, che magari tanti uomini fossero così. L’ho amato.
Lui fece mettere un cavo d’acciaio sopra il campo dell’oratorio, per lungo al centro, con tre lampadine ad incandescenza da 300 Watt cadauna, per farci allenare in inverno quando faceva buio presto: all’aperto.
Anni e anni dopo, quando uscì la canzone “Azzurro” il mio pensiero andava sempre a lui, e ci va ancora oggi.
Il mio primo allenatore è stato Gianfranco Mirarchi, che poi divenne anche mio cognato avendo sposato la mia sorellina minore, Emanuela.
Già allora facevamo la zone press 1-2-1-1 a tutto campo e lui ci portava i foglietti con gli schizzi a mano per studiare le posizioni iniziali ed i movimenti successivi per reagire ai movimenti della palla ed eseguire i raddoppi.
Eravamo quasi tutti piccoli: quindi difesa press, intensità e contropiede erano il nostro pane quotidiano ed io ero una delle tre punte del tridente offensivo: Giorgio era il più bravo e completo, Giulio aveva un micidiale tiretto da due in jump, mentre io - che ero il più scarso - difendevo come un ossesso ed in attacco non avevo paura di nulla ed attaccavo sempre il canestro in entrata, l’1 vs 1 per me era come 1 vs 0, l’1 vs 2 per me era come l’1 vs 1, per l’1 vs 3 mi dovevo inventare qualche piroetta ma in genere segnavo o subivo fallo, ed infine quando giocavo 1 vs 4... il coach mi metteva in panca e così imparavo a non esagerare. Spesso e malvolentieri uscivo anche per 5 falli, ma mai così rapidamente come Tigre nell’ultima gara.
L’allenatore successivo fu Valter Vanghetti, un mestierante simpatico e competente, il quale, bontà sua, mi portò con sè a giocare in categoria superiore, in serie D, che allora era la QUARTA serie italiana, dopo le serie A, B e C.
Lì capii che l’intensità era necessaria ma non sufficiente, se non supportata da una buona tecnica individuale e da una capacità di leggere e interpretare bene le varie situazioni di gioco: da titolare inamovibile in promozione passai al ruolo di primo o anche secondo cambio, soffrii senza protestare mai, perché c’erano altri più bravi e perché il livello era superiore alle mie capacità, ma soffrii e mi allenai sempre con ardore, anche se abitavo a Cinecittà ed il campo era a viale Parioli: una palestra in fondo ad una lunga scalinata, e (senza metrò) per andare e tornare col tranvetto fino a San Giovanni e con la Circolare fino ai Parioli, era lunghissima e noiosissima.
L’anno successivo ringraziai molto il mio coach e me tornai a giocare in Promozione.
In quegli anni da Cinecittà uscirono fior di giocatori, che adesso molti neanche ricordano, ma che giocarono anche in serie A: Bruno Bastianoni, poi il fratello Alberto, Roberto Giansanti, Dario Strazzulla, Raoul Altobelli, Ezio Merolla e chissà quanti altri che ora non ricordo.
Poi andai a giocare all’Orione Appio, vicino piazza Re Di Roma, sempre in Promozione, insieme, tra gli altri a Fausto Cipriani, Mauro Gallerini, Massimo Succi, Edgardo Renzetti, Umberto Nicolella, Gigi Moroni, Roberto Tricchio D’Ottavi… in quegli anni si consolidarono alcune amicizie (indimenticabili Beniamino Scarinci, Gianni Roberto, Paolino Di Fonzo, Pino Berrè etc… ) che mi portarono a giocare poi nella prima squadra autogestita romana che io ricordi, costituita da un gruppo di amici, la Snoopy, nata da un’idea di Piero La Ragione, con Cesare Viani, Roberto Angeletti ed altri.
Dopo una parentesi di 6 anni, vissuti in Algeria per lavoro dal 1980 al 1985 ( in cui trovai persino il modo di fare, per breve tempo, il capitano-giocatore-allenatore della squadretta di basket locale del paesino - Medea - dove abitavo), rientrato a Roma il mitico Piero La Ragione ebbe l’idea di farmi allenare la Snoopy, visto che ormai da giocatore ero sfinito, praticamente solo chiacchiere e proteste.
Con la Snoopy fummo promossi in serie D dopo una memorabile final four giocata al campo del centro federale Coni di Fiano romano.
Conclusa l’esperienza con la Snoopy, dopo un breve anno sofferto come coach dell’Orione Appio in serie D, fondai con alcuni amici un nuovo gruppo autogestito, rilevando una società esistente e creando una nuova società, una nuova squadra: la Fox, che dal 1988 al 2018 ho diretto come coach e negli ultimi anni anche come presidente.
Con la Fox, ripartimmo dalla Promozione ed impiegammo un solo anno per salire di categoria ed approdare di nuovo in serie D.
Poi impiegammo tre anni per arrivare dalla serie D alla serie C2.
Infine, dopo alcuni anni di consolidamento nella nuova realtà di C2, arrivammo dapprima alla semifinale playoff per la C1 contro Scauri, con lo svantaggio del campo, e perdemmo 2 a 1, vincendo gara due in casa a via Montona, ma perdendo due volte fuori casa, a Scauri, davanti a 2.000 spettatori: nel nostro ambiente delle minors sono cose che capitano raramente e non si possono dimenticare, quelle di giocare davanti ad un pubblico simile.
L’anno successivo arrivammo addirittura a disputare la finale playoff per la C1, ed anche con il vantaggio del fattore campo, solo che quell’anno giocavamo in affitto sul campo del BkRoma di Castellano, a viale Kant, e l’avversaria era proprio il Bk Roma: quindi alla fine risultò che il vantaggio del campo ce l’avevano loro, e perdemmo in volata 77 a 73, con un paio di fischiate dubbie negli ultimi 40 secondi, ma ci può stare.
In seguito l’esperienza con la Fox è proseguita con tante altre partecipazioni ai Playoff, e persino con una retrocessione amara in serie D, prontamente e subitaneamente riscattata l’anno successivo con una nuova entusiasmante promozione dalla serie D alla serie C2.
Chiusa l’esperienza ventennale con la Fox , ho allenato un paio di anni l’Atletico Diritti di Marietti e Muscarà, contribuendo a farli salire di categoria dalla Promozione alla serie D.
Negli ultimi 10 anni, oltre all’attività senior, ho sempre avuto l’opportunità e l’occasione (ed anche la necessità per via degli obblighi Fip) di allenare anche alcuni gruppi giovanili, tra cui, oltre ad alcuni del RomaNord 2011 degli amici Dosi e Iacoboni, anche alcune squadre dei Centri Romani del grande prof Mario Barilari, con cui ho trascorso almeno un decennio di condivisione, di collaborazione e di partecipazione, che culminavano periodicamente in occasione dei favolosi Camp estivi agli Altipiani di Arcinazzo, al mitico Hotel Cristallo, mitico non per l’eleganza degli ambienti, né per la raffinatezza della mensa, bensì per l’atmosfera di consapevolezza cestistica conviviale che si respirava. All’hotel Cristallo presi il tesserino di allenatore di base, avendo come istruttori coach Leoni ed il prof. Massacesi.
Infine, su suggerimento dell’amico Luca, eccomi qui, all’Atletico San Lorenzo femminile: era una sera di luglio, una serata calda, la birra era fresca e Valeria, Lulù e Tigre mi chiesero se accettavo di essere il loro allenatore: impossibile rifiutare!

 

Qual è il coach a cui ti sei ispirato e perché?

Ho iniziato a fare il coach all’improvviso, senza premeditazione e senza preparazione, in un gruppo autogestito dove fino al mese prima ero giocatore, la Snoopy, quindi il concetto era... "Francesco, vedi di fare tu l’allenatore, però ricordati, siamo tutti amici e ci autogestiamo, quindi tutti devono giocare, chi un po’ di più e chi un po’ di meno, e se vinciamo meglio, e se perdiamo va bene lo stesso".
Sul momento non ho avuto tempo per ispirarmi a qualcuno, ho dovuto tirare fuori da me stesso quello che avevo, i ricordi di quelli che mi avevano allenato prima, di cosa mi piaceva fare e cosa no, si inizia a leggere, a documentarsi, a informarsi, a guardare le partite con altri occhi e con altro pensiero, ad assimilare il tutto ed a fare una sintesi interiore personale.
Questo è stato il mio approccio.
Il primo libro che ho letto è stato quello di Giancarlo Primo “La Difesa”.
Ho comunque avuto la fortuna e l’abilità di vincere il campionato e di approdare in serie D con la Snoopy, senza nemmeno ancora avere il tesserino da allenatore o forse l’avevo preso da poco, dato che i primi anni allenavo senza tesserino e gli arbitri a volte mi spedivano in tribuna, quando esageravo.
Poi avvenne questo: quando abbiamo costituito la Fox, ci siamo iscritti alla Promozione, ripartendo nuovamente dall’inizio; dato che la Promozione - per noi Fox - era un campionato molto facile (infatti le vincemmo tutte, tranne una in casa, ma solo perché sbagliammo il giorno di gara, ed andammo a giocare la Domenica, mentre la partita era il sabato sera precedente e già ce l’avevano data persa) chiesi a coach Lino Mevi, che allenava il Kontiki in serie D a piazza Mancini (l’attuale palaLuiss), di potergli fare da assistente, e lui disse di sì.
Il Kontiki tanto per cambiare era una delle squadre dei Centri Romani di Mario Barilari.
Lui è stato il mio primo, vero ed unico insegnante.
Potevo saltare qualche allenamento della “mia” Fox, ma non saltavo mai gli allenamenti con Lino Mevi: lui è unico e diverso da ogni altro allenatore, perché vede delle cose che gli altri non vedono, perché dice delle cose che gli altri non dicono, perché fa allenare in modi che gli altri non fanno, perché fa giocare in modi che gli altri non fanno. Cosa intendo dire: non è che lui ha inventato la pallacanestro, i giochi e i modi sono sempre gli stessi, ma le sue interpretazioni e le sue indicazioni erano spesso “differenti”, particolari, singolari.. è difficile da spiegare, ma per me è stato così: in quell’anno con lui ho sempre guardato molto, ascoltato molto, e parlato poco (anche perché lui parla tantissimo): lui è stato il mio ispiratore e maestro.
Successivamente mi sono appassionato ed ho studiato profondamente il gioco di Tex Winter e di Phil Jackson, il Triple Post Offense , volgarmente chiamato “Triangolo”, il gioco reso magnifico e insuperabile dai Chicago Bulls di Michael Jordan, Scottie Pippen, Denis Rodman etc...
Vi racconto questa: un anno, dopo aver passato l’estate a studiarlo direttamente dalle dispense originali in inglese, da diversi altri libri sull’argomento e da numerosi filmati visti e rivisti più volte, l’ho voluto applicare alla “mia” Fox, ovviamente riducendo un attimino il numero di variazioni e soluzioni possibili, visto che come al solito noi minors abbiamo sempre e soltanto due allenamenti a settimana di 90 minuti scarsi cadauno. Ebbene a Natale eravamo penultimi in classifica ed in piena lotta per la retrocessione, quindi ho dovuto fare marcia indietro, azzerare tutto, tornare ai nostri due-tre giochini “obsoleti” ma efficaci, dopo di che siamo tornati tranquillamente a metà classifica. Non sono stato evidentemente in grado di convincere la mia squadra che poteva giocare efficacemente in quel modo, bisogna fare le cose giuste per l’ambiente in cui ti trovi: questo è un altro insegnamento che ho appreso.
L’ultimo libro che ho letto è stato quello di Lino Mevi “ Ventotto x Quindici”.

 

Qual è il cestista più forte che hai allenato ? Quello avversario che ti ha più impressionato? Il giocatore più forte con cui hai giocato? L’avversario più ostico da affrontare?

In campo maschile i giocatori che ho allenato sono troppi per cui farò quattro quintetti migliori, di valore, di affetto e di epoche, ma ce ne sarebbero anche altri:
A – Panno , Piero e Riccardo La Ragione, Renzo Menichelli, Piercarlo Rampini
B – Guarneri , Flumini, Paolo Marinelli, Pesci, Stefano Marinelli
C – Sasha Micarelli, Nando Rutolini, Kappa Murchio , Bob Percuoco, Juan Cataneo
D - Celesti, Iacoboni, Chirichilli, Sprizzi, Petrone.
L’avversario che mi ha più impressionato, all’epoca della finale, è Catasta del bk Roma.
Il giocatore più forte con cui ho giocato è Bruno Bastianoni.
L’avversario più ostico da affrontare è un certo Pedone: incredibili battaglie negli anni ‘70.
In campo femminile, in cui ho una limitatissima esperienza:
le giocatrici più forti che ho allenato sono: Sara Cicetti, Martina Renzetti e Ginevra Coluccio
L’avversaria che mi ha più impressionato è: Ianeri del Team Up.
L’avversario più ostico da affrontare è sempre quello della partita successiva : sempre.

 

Cosa ne pensi della Fip? Ritieni adeguati i provvedimenti di ciascuna federazione a sostegno delle squadre iscritte? Cosa pensi debba cambiare e fare una squadra di basket popolare all’interno della federazione?

La Federazione Italiana Pallacanestro è una grande federazione, o meglio una federazione di un Grande Sport, la pallacanestro. Da troppi anni ormai penso che la federazione si sia ammalata di gigantismo. Troppe risorse ormai vengono succhiate dalla Base e trasferite al Vertice. Non ci si rende conto che è la Base che sorregge il Vertice e non si adottano politiche che consentano alla Base di prosperare ed evolversi facilmente. Sono stati, anno dopo anno, imposti aumenti di costi, regole rigidissime, obblighi e vincoli soprattutto alle società di Base. I comitati regionali dovrebbero essere l’espressione delle società di Base, ed invece sono l’emanazione della centralità del potere della Fip nazionale. Hanno moltiplicato il numero delle società professionistiche che ormai per sopravvivere devono sempre più far ricorso a tanti stranieri, scarsi, ma economici, senza valorizzare i giocatori nostrani. Sarebbe stato meglio organizzare un campionato di vertice meno numeroso, con 3-4 stranieri al massimo e tanti talenti italiani giovani e meno giovani. Facilitando d’altro canto la base a svilupparsi a più non posso, in ogni modo e maniera, e premiando solo quelli capaci di formare giovani stelle da altissimo livello. Tutto il resto del movimento deve essere diffusione, reclutamento, socializzazione agonistica sul territorio. Una piramide si regge nel tempo se ha una Base larga ed un Vertice stretto.
Una società popolare può fare ben poco all’interno di una federazione organizzata con questi criteri, salvo mantenere sempre fede alle proprie caratteristiche sviluppandole, diffondendole ed ampliando la platea dei possibili potenziali utenti: vincere aiuta di certo un po’ come effetto di trascinamento dell’entusiasmo, ma bisogna trovare sempre il modo di far partecipare tutti ampliando e diversificando le occasioni e le opportunità possibili.
Le due cose sempre basilari e fondamentali sono sempre le stesse: la disponibilità del campo di gioco e la organizzazione di un settore giovanile.

 

Dopo questa tua esperienza come coach della squadra di basket femminile dell’Atletico San Lorenzo – a parte la sospensione a due terzi del campionato causa pandemia – come giudichi il campionato fatto dalle tue ragazze , rispetto alle premesse di inizio anno?

bk femminile

Per come mi erano stati raccontati i risultati dei precedenti anni, direi che le premesse sembrava dovessero essere modeste, ma poi il Campionato fatto dalle ragazze è stato semplicemente meraviglioso, esaltante, stupendo, affascinante, incredibile... davvero non trovo le parole.
Non esitai molto a decidere di allenare questa squadra, anche se qualche amico mi consigliava di stare molto attento all’ambiente femminile, che avrebbe potuto travolgermi.
In effetti è stato proprio così: ha letteralmente stravolto la vita mia di coach. Esaltandola.
Sono partito dai fondamentali individuali, dal tiro per esempio, dalla presa della palla, dal rilascio... mamma mia... quanti esercizi abbiamo fatto...  ragazze bisogna segnare, braccio alto, spezza il polso, spingi per terra, salta un pelino… ah ah ah… pensavo che mi odiassero a un certo punto… e poi la preparazione atletica… tullio… nei parchi romani… al campo di calcetto, tre zompi, pippo, suicidi, quattro passaggi (coach con tre non ce la facciamo) … che disponibilità che ho trovato, che compattezza di gruppo, che complicità tra compagne di gioco, che solidarietà tra quelle un po’ più brave e quelle un pochino meno… e poi le ansie con le scelte, anche crudeli, che ogni coach deve fare e che ho cercato sempre di fare parlando chiaro e diretto… Ebbene, con pochissimi e rarissimi momenti di esitazione, ho sempre visto occhi brillanti di persone che capivano, che accettavano, che condividevano, che non anteponevano mai se stesse all’esigenza del gruppo e della squadra: sono un uomo fortunato, mi hanno fatto sentire autorevole, e non autoritario come talvolta mi capita, sono un uomo fortunato perché hanno accettato anche i miei errori, sono un uomo fortunato ad avere incrociato un gruppo così, proprio fortunato , e ringrazio tutte ed in particolare il capitano Lulù – Lei sa perché – ed il mitico mio assistente coach dirigEnzo, assolutamente affidabile e capace.

 

Quale partita da coach ti è rimasta maggiormente impressa ? quali i successi che ricordi con maggiore piacere ? quale sfida rigiocheresti per ribaltare il risultato di allora?

La vittoria più eclatante è stata senza dubbio quella fuori casa ad Ostia, contro la favorita del torneo, vinta di due punti, 57 a 59, in rimonta clamorosa, dopo essere stati sotto anche 15 punti, essendo anche in formazione rimaneggiata, ed avendo ben tre persone tre come nostro pubblico! Ma la prima vittoria in quel di Guidonia è quella che mi è rimasta dentro: partita difficile e dura, sempre tirata, dopo tanti allenamenti e pochissime amichevoli, dopo che ero pure rimasto per strada con la macchina che mi lasciò a piedi… insomma lì fu l’inizio, li io acquisii la consapevolezza di avere una SQUADRA, non conoscevo ancora tutte le avversarie, ma lì ho visto il temperamento, la tenacia, la voglia di non mollare mai, ho visto i tanti difetti e le tante limature che ancora dovevano modellarsi, ma intravidi il diamante grezzo che c’era sotto, e le ragazze acquisirono la convinzione, oserei dire l’esaltazione, insomma da lì scattò la molla e da lì partirono le 10 vittorie 10 consecutive… poi si sa, vincere sempre è quasi impossibile, e già fin da allora dissi e ripetei più volte alle atlete che avrebbero dovuto dimostrare di volermi bene anche dopo le sconfitte, dato che dopo le vittorie sono buone tutte a volermi bene… E loro l’hanno fatto.
Ma non scordo neanche la soffertissima ultima vittoria a Rieti – il 29 febbraio 2020 -, quella che ci ha lasciato la possibilità di puntare ancora al 1° posto, giocata con qualche ragazza malandata e sofferente, ma sempre con l'indomito coraggio di tutte.
Rigiocare partite perse non mi piace, tanto prima o poi ricapita, ed allora vedremo!

 

Quale metodologia d’allenamento ti è più cara ? quali ritieni maggiormente efficace?

Dopo tanti anni nelle minors il mio modo di allenare privilegia la continuità ed il gioco con la palla: il ritmo dell’allenamento deve salire d’intensità nei primi 10-15 minuti, poi restare elevato unitamente all'attenzione per quasi tutto l’allenamento, senza troppe pause, né troppo lunghe, e la parte di “preparazione” atletica preferisco farla con la palla, mediante esercizi a tutto campo anche agonistici, attivando sempre suggerimenti e correzioni alla voce durante il movimento o il gioco, senza fermare. Gli ultimi 10 minuti a volte lascio giocare senza interventi per vedere quel che succede: alcune inventano, vengono fuori soluzioni estemporanee, qualcuna fa quel le piace… e va bene così… talvolta da quei minuti viene fuori qualche idea. Alla fine tiri liberi, ma solo perché le nostre percentuali sono troppo basse, altrimenti non li farei. Quando si inizia ad impostare un movimento di gioco nel 5 vs 5 allora il campo deve diventare muto. Parlo solo io: 5 in maglia bianca eseguono a vuoto a metà campo i movimenti che dico a voce, mentre 5 in maglia nera allineate in piedi sulla linea di metà campo ascoltano in silenzio pronte a subentrare; le altre, o bianche o nere, sono in panca per entrare se chiamate. L’altra metà campo deve essere vuota: non ci deve essere nessuna che tira o che palleggia. Il mio metodo non è analitico, ma sintetico, illustro tutto il gioco per intero nel suo insieme, dall’inizio alla fine, senza esplicitare tutte le possibili soluzioni, ma solo alcune.
Non vado troppo nei dettagli per non bloccare troppo tempo l’allenamento.
Dopo 2-3 volte a vuoto le bianche e dopo 2-3 volte a vuoto le nere, si gioca subito a metà campo agonistico, e durante il gioco correggo, limo, suggerisco una o l’altra soluzione, e nel mentre faccio entrare anche le altre dalla panchina.
Questo succede di rado: poi si deve giocare, sempre giocare, meglio giocare scordandosi o sbagliando un movimento, ma giocare, si corregge in corsa, si modifica parlando e giocando.
Ci sarà poi tempo, una volta assimilata la meccanica d’insieme, di introdurre le varianti; ci sarà il tempo di introdurre il concetto basilare, cioè che noi facciamo quello che vogliamo fare e non quello che la difesa avversaria ci concede di fare; ci sarà il tempo di spiegare che ad ogni mossa difensiva avversaria deve corrispondere una nostra azione che la neutralizza in un modo o nell’altro, ma sempre indirizzando il nostro agire al conseguimento del nostro obiettivo; ci sarà il tempo di spezzettare il gioco-base in esercizi e collaborazioni a due, a tre ed a quattro da eseguire e ripetere a vuoto e con difesa a metà campo o a tutto campo.
Ci vuole tempo, e pazienza, ed accettare errori, e ripetere, ripetere, ripetere...
Per quanto riguarda la preparazione atletica giocata, a parte i necessari esercizi di contropiede (rimbalzo, apertura, sprint laterali, conduzione centrale con palleggio o laterale con passaggio, inserimento dei rimorchi) preferisco far giocare 11, oppure 4 vs 4 in continuità con due squadre da 7, a punteggio, con limite di palleggi, e con limite di tempo per concludere: si corre tantissimo e si gioca. Ma servono sempre Concentrazione, Intensità, Organizzazione.
Inoltre bisogna sempre lavorare tanto sui fondamentali individuali, con palla e senza, per migliorare costantemente il proprio bagaglio tecnico e lavorare sempre sull’atletismo, sprint, partenze, frenate, scivolamenti, salti, rapidità di piedi, mani attive, sedere basso, etc...
Se poi aggiungiamo un minimo di tattica e di organizzazione offensiva e difensiva, ci si rende conto, avendo solo due allenamenti a settimana di circa 75 minuti puliti cadauno, di quanto sia difficile produrre risultati apprezzabili e di quanto sia necessaria la collaborazione e la disponibilità piena e totale di tutte le atlete.

 

La FIP ha decretato la sospensione del campionato : come ritieni si debba ripartire l’anno prossimo?

Ho letto che tutte le squadre maschili di C1 , di C2 e di serie D hanno scritto alla Fip Regionale chiedendo molte facilitazioni e diminuzioni di costi, chiedendone molte in più rispetto a quello che il Comitato Regionale ha - bontà sua - concesso: penso che dovrebbero farlo anche le squadre femminili, bisogna che anche il movimento cestistico femminile si faccia sentire. Paradossalmente penso che il nostro gruppo femminile, per ripartire l’anno prossimo, abbia qualche difficoltà in meno rispetto ad altre realtà, in quanto è da tempo abituato ad auto-gestirsi ed a convivere anche con poche risorse: il problema più oneroso penso che sia la disponibilità del campo di gioco. Spero e confido vivamente che si riesca insieme a riprendere a giocare un avvincente campionato all’altezza di quello appena interrotto.

 

Per finire un augurio che ti senti di fare alle tue ragazze in vista della prossima stagione.

bkfemmini10su10

Ragazze adorate, il mio augurio per l’anno prossimo e per quelli a venire è questo:
Amate sempre e comunque, restando giovani dentro!
E la mia citazione preferita, che dedico a tutte Voi, è questa:
“Il basket, come la vita, è confuso e imprevedibile; ha la meglio su di te, anche se a fatica cerchi di controllarlo: il trucco è vivere ogni momento con la mente e con il cuore aperto. Quando riesci a farlo, il gioco e la vita funzionano.“

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